La cultura nel Settecento tedesco tra l’illuminismo e il pietismo:Lessing “Emilia Galotti”

Di Marino Freschi

Lezione 3°

 

lutero

 

Nei materiali SOB 2020-1 e SOB 2020-2 abbiamo richiamato alla memoria notizie sul quadro storico-culturale della Germania e ci siamo soffermati sull’importanza di Lutero: la sua traduzione della Bibbia rappresentò un evento ‘fondativo’ dell’unificazione linguistica della Germania, anche se influenzò soprattutto le parti protestanti del paese (soprattutto –ma non esclusivamente- la Germania Settentrionale e Orientale).

Ci siamo concentrati sulla cultura tedesca del Settecento quando gli intellettuali sulla scia della diffusione in tutta Europa dell’Illuminismo presero vieppiù le distanze dal primato della religione nella vita e nella cultura interessandosi sempre alla scienza, all’economia, ma anche al progresso dell’istruzione. Ricordiamo che grazie all’azione dei pastori luterani l’alfabetizzazione nei paesi protestanti era molto avanzata.

La lettura della bibbia e dei testi religiosi era molto diffusa e il passo successivo, sollecitato dalla cultura razionalista propagandata dagli illuministi, fu rappresentato dalla rapida espansione di una letteratura ‘laica’ (non confessionale). Si è notato che la Germania del Settecento presenta una cultura vivificata da due grandi correnti culturali: quella dell’illuminismo e quella pietistico-luterana. L’Illuminismo tendeva a “rischiarare” (in tedesco: aufklären) le coscienze. Come?  Con lo studio, con la logica, con la ragione e il razionalismo. Che significa? Ciò significava l’avanzata irruente del progresso della scienza (ad esempio della medicina e dell’igiene, dell’agricoltura, della tecnica).

In Inghilterra verso la metà del secolo si avvia la Rivoluzione Industriale, che cambiò il destino del mondo. Un’ulteriore conseguenza fu che l’Illuminismo significava anche lo sviluppo della classe borghese che promuoveva il progresso tecnico-scientifico e inoltre tendeva ad avere sempre maggiori riconoscimenti in un’epoca in cui comandavano ancora i sovrani assoluti appoggiati dall’aristocrazia e dall’alto clero.

La borghesia –soprattutto in Inghilterra e in Francia- si rafforzava e cominciava a far sentire la propria voce. Come? Con le riviste che all’inizio si occupavano di questioni “etiche” per evitare di immischiarsi nella politica che era l’ambito esclusivo dei sovrani. Siamo infatti nell’epoca dell’assolutismo. Il simbolo più evidente era Luigi XIV (1638-1715), chiamato Roi Soleil, Re Sole, che costruì l’immensa e stupenda Reggia di Versailles, che divenne il modello per altre regge sfarzose come la Reggia di Caserta e come Sans-Souci vicino Berlino e Schönbrunn presso Vienna.

Ma perché queste residenze erano un po’ distanti dalle capitali? Perché così i sovrani potevano isolare, controllare i nobili ed evitare di essere coinvolti da eventuali sommosse popolari, come avvenne a Parigi il 14 luglio 1789 (data memorabile con l’inizio della Rivoluzione Francese).

L’influenza della borghesia aumentava e si strutturava con riviste e anche con il teatro, ma non quello ospitato nelle residenze dei sovrani, né quello popolare delle fiere dei paesi, troppo volgare e plebeo per la nuova classe borghese. Vengono costruiti edifici pubblici per ospitare spettacoli aperti a tutti (ovvero a chi si poteva permettere di acquistare un biglietto). Il teatro pubblico e le riviste, ma anche le scuole, le università, le Accademie delle Scienze (ad esempio la Royal Society a Londra, l’Académie française a Parigi o l’Akademie der Wissenschaften a Berlino, fondata nel 1700, il cui primo presidente fu il filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz) contribuirono vieppiù al progresso intellettuale della popolazione, in realtà quasi esclusivamente dei borghesi.

Gli intellettuali illuministi erano sostenuti fortemente dalla borghesia, ma anche da quei sovrani e da quei nobili “illuminati” ovvero sensibili a un profondo rinnovamento della società. Questo movimento generalizzato –vivace anche a Napoli con Re Carlo I e con il ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) – dette il nome al secolo: l’Età delle riforme. Che cosa si doveva riformare? L’igiene, gli ospedali e poi le carceri. Pensate che il best seller del Secolo delle Riforme era un libriccino di un illuminista milanese, Cesare Beccaria (1738-1794) intitolato Dei delitti e delle pene (1764), che rappresentò una sorta di manifesto della riforma del sistema giudiziario polemizzando contro l’uso della tortura e della pena di morte contestato in nome del principio umanitario di rieducabilità del reo.

Una altra grande battaglia dell’Illuminismo fu quella per la tolleranza delle religioni. Abbiamo visto come nel Seicento in Germania ebbe luogo la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) per motivi religiosi, per i contrasti teologici tra cattolici –egemoni nel Sud (Austria, Baviera ecc.) e a occidente- e protestanti dominanti nel Nord e a Oriente, ad esempio il Regno di Prussia (capitale Berlino) e il Regno di Sassonia (capitale Dresda). Nel Settecento tutta l’Europa fu percorsa da un moto di superamento delle lotte di religioni tra cattolici e protestanti in nome della tolleranza. Il principale illuminista francese, Voltaire (1694-1778) pubblicò nel 1763 il Trattato della tolleranza, in polemica soprattutto contro l’intolleranza delle autorità religiose. Anzi la tolleranza si ampliò perfino verso una minoranza da secoli discriminata e ‘ghettizzata’, ovvero verso gli ebrei.

Il più autorevole illuminista tedesco Lessing (22 gennaio 1729-15 febbraio 1781) scrisse un dramma a favore della tolleranza anche verso gli ebrei: Nathan il saggio (1779), il cui protagonista Nathan, un commerciante ebreo è il personaggio positivo di questa favola drammatica, ambientata a Gerusalemme in un medioevo immaginario. La tematica contro i pregiudizi nei confronti degli ebrei è ancora attuale. Lessing, quasi per la prima volta, metteva in scena un ebreo e per giunta mercante, che costituiva una vera provocazione intellettuale in una società ancora egemonizzata dall’aristocrazia.

Il teatro, le riviste, le istituzioni culturali ed educative contribuirono al formarsi della “opinione pubblica” che era un nuovo soggetto sociale che è oggi rappresentato da media e dai social. Il potere su di essi significava (e significa) influenzare in maniera determinante l’opinione pubblica, che corrisponde ai soggetti più vivaci, attivi, responsabili (ma qualche volta scaltri e irresponsabili, vedi le attuali fake news) della società.

Il Settecento, che nasce con una struttura socio-politica dominata dall’assolutismo, dai sovrani assoluti, termina con la Rivoluzione Francese (preannunciata dalla Rivoluzione Americana), preparata dalla costante critica esercitata dagli intellettuali tramite le riviste, gli opuscoli, i libri, il teatro, le riunioni nei salotti, nei caffè, nelle logge massoniche (fondate in Inghilterra nel 1717).

Mentre fino al Settecento i luoghi del potere erano le residenze dei sovrani e dei grandi aristocratici e le chiese, con l’evoluzione sociale della borghesia si creano nuovi luoghi di socializzazione come quelli ‘virtuali’ dei giornali, delle riviste, delle case editrici, e quelli ‘concreti’ delle librerie, le università, i teatri, i salotti (famosi i salons parigini contrapposti a Versailles) e le logge massoniche dove si incontravano aristocratici ‘illuminati’ ovvero progressisti e borghesi colti e i ‘caffè’.

Pensate che proprio nel 1764 un altro importante illuminista milanese Pietro Verri fondò una importante rivista illuminista chiamandola «Il caffè»! La cultura illuminista è tendenzialmente contro la concentrazione del potere nelle mani di un sovrano assoluto. Diversi sovrani –abbiamo visto- erano disposti ad accettare le riforme. Ma non sempre e non dovunque. Ad esempio la monarchia inglese accettava il Parlamento in Inghilterra, la cui giurisdizione però non poteva interferire con il governo delle colonie e ciò fu all’origine della Rivoluzione Americana (1775-1783). Più retriva fu la monarchia francese di Luigi XVI (1754-1793), che sposò Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, che sposò Ferdinando I delle Due Sicilie. La chiusura del governo di Luigi XVI provocò infine il crollo del sistema assolutista. E infatti il 14 luglio 1789 scoppiò la rivoluzione.

Diversa fu la situazione tedesca. Intanto la Germania –ovvero il Sacro Romano Impero (che era stato fondato da Carlo Magno, fu abolito da Napoleone nel 1806) – era spezzettata in una miriade di staterelli. I principali erano: i domini di Casa d’Asburgo, denominati brevemente Austria (che comprendeva oltre l’Austria, anche l’Ungheria, il Lombardo-Veneto, l’Istria, la Dalmazia, la Slovenia, la Croazia, la Boemia, la Moravia, l’attuale Slovacchia, parte della Serbia, parte dell’attuale Romania e parte della Polonia meridionale –Galizia- e dei Paesi Bassi), il Regno di Prussia e quello di Sassonia. In questo soverchio frazionamento la borghesia tedesca era debole e poco influente. I luoghi della cultura erano soprattutto le università oppure le istituzioni ecclesiastiche cattoliche (predominante erano i gesuiti) e protestanti. Gli intellettuali e gli scrittori illuministi erano in maggioranza protestanti, concentrati nelle università, la principale era quella di Lipsia.

Ma la cultura tedesca protestante del Settecento era caratterizzata certamente dalla crescente influenza dell’illuminismo (in tedesco: Aufklärung, rischiaramento), ma un ruolo determinante fu svolto da un movimento religioso tutto interno al luteranesimo: il pietismo che si sviluppò dalla fine della Guerra dei Trent’Anni in poi. Perché? Perché tra i devoti luterani non si voleva più accettare la politica aggressiva della Chiesa luterana ufficiale. Non si poteva più consentire che per motivi e interpretazione teologiche (ma sotto sotto per ragioni politiche di potere) ci si ammazzasse tra cristiani per motivazioni teologiche. La rivolta fu silenziosa in nome di un ritorno ai valori della fede affermata da Lutero, quella fede che nasce nell’anima, che vuole una vita devota, umile, con una devozione –pietas- del sentimento. L’egemonia del sentimento è il connotato del pietismo all’interno del primato della fede, che orienta la vita e la pratica dell’uomo verso valori ultraterreni. I pietisti formarono lentamente delle ‘isole’ di credenti, i cosiddetti “Stillen im Lande” –i silenziosi nel paese-. Non si occupavano di politica e nemmeno di alta cultura, ma erano operosi, impolitici, altruisti. Fondarono comunità di preghiera, i “collegia pietatis” e poi scuole, università (importante quella di Halle in Sassonia), ospedali, case di cura, orfanatrofi, missioni (ce ne ricorderemo parlando di Hermann Hesse, i cui genitori furono missionari pietisti in India).

Attenzione ora:

Gli illuministi erano per il primato della ragione, del ‘cervello’, dunque della scienza, del ragionamento, dell’indipendenza della coscienza, del pensiero, dell’individuo cosciente, dunque del nuovo soggetto razionale lontano dal primato della religione e delle chiese. I razionalisti diffondevano le loro idee morali, scientifiche, estetiche in libri, riviste, almanacchi. Scrivevano, pubblicavano per educare il popolo (:la borghesia, l’opinione pubblica) e ovviamente in tedesco per i tedeschi.

E che avveniva nel campo pietista? I pietisti coltivavano il loro sentimento, con la preghiera in silenzio, nella “cameretta del cuore”. Ricordate il Vangelo:

Matteo 6,5-6:

5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Oltre a pregare, i pietisti scrivevano, scrivevano senza sosta: diari, poesie, lettere, in cui confessavano le loro tentazioni, lotte, vittorie e sconfitte, la guerra con il Maligno. Così si sviluppava la cultura della scrittura in tedesco per i tedeschi. E scrivevano con il sentimento, con lo “Herz”. Così si rafforzava sempre più la sentimentalità, ovverosia sorgeva il nuovo soggetto sentimentale.

Allora: sulla scena culturale vediamo sorgere una nuova antropologia, quella dell’homo rationalis e quella dell’homo pietista. Due concezioni del mondo contrapposte: il cervello contro il cuore, purtuttavia vi era una nuova realtà che sintetizzava entrambe le due esperienze: la soggettività, formata da cervello e cuore, da ragione e sentimento! I campioni di questo nobile scontro intellettuale cercarono di convincere l’opinione pubblica della giustezza delle proprie tesi. E senza dubbio il principale, il più autorevole esponente del fronte illuminista fu Lessing (come vedremo), ma alla fine avvenne –tanto per restare al lessico di questi tempi- una sorta di contagio generalizzato che comportò da parte illuminista la perdita della convinzione nella superiorità della ragione e da parte dei pietisti il tramonto della fede. Dunque persero tutti?

No, anzi avvenne la più grande trasformazione intellettuale, filosofica, artistica di tutta la cultura tedesca con la genesi della più significativa cultura tedesca, chiamata dal più grande protagonista Goethe: la Goethezeit, l’età di Goethe, che possiamo segnare dal 1750 al 1830.

Se vedete le date, potete capire che all’inizio la cultura tedesca è caratterizzata dall’influenza predominante dell’illuminismo, che significa di Gotthold Ephraim Lessing e dei suoi amici e colleghi come Friedrich Nicolai, direttore di riviste e Moses Mendelssohn, libraio berlinese e primo filosofo ebraico-tedesco, cui occorre aggiungere Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), il fondatore dell’estetica illuminista neoclassica, che visse a lungo a Roma con numerosi soggiorni a Napoli, Ercolano e Paestum, divenendo uno dei principali intellettuali che favorirono la rivalutazione e la conoscenza dell’arte antica, contrapposta a quella barocca, pervasa dalla concezione cristiana della vita (pensate alle grandi chiese barocche a Napoli e a Roma).

Lessing era stato un giovane studente così talentuoso da ricevere una cospicua borsa di studio per studiare alla facoltà di teologia a Lipsia. Il padre era pastore luterano e la madre era, a sua volta, figlia di pastori e tutti gli avi erano pastori e quindi il destino di Gotthold Ephraim era succedere al padre. Ma a Lipsia Lessing scopre il teatro ed è una folgorazione. Lui capisce che il teatro, il nuovo teatro borghese (non quello aristocratico francese di moda in Germania, bensì quello sorto sulla scia di Shakespeare e degli inglesi) può essere uno strumento di diffusione e di formazione più attuale ed efficace del pulpito della chiesa: drammi contro sermoni per formare l’uomo nuovo dell’illuminismo. Formazione in tedesco: Bildung, è una parola-chiave nella cultura intellettuale e letteraria tedesca. Lessing intuisce che la propria missione non è di diventare pastore, predicatore luterano, bensì autore di teatro: la scena, il palcoscenico è un luogo deputato all’educazione degli uomini, anzi per dirlo con Lessing all’Educazione del Genere Umano. Infatti così si intitola una sua raccolta di aforismi di saggezza di vita. Accanto al teatro l’attività culturale di Lessing si sviluppò con la fondazione di riviste culturalmente impegnate. In realtà di breve durata, ché gli abbonati –che costituivano il principale sostegno finanziario per la loro pubblicazione- era esiguo. Insomma il nostro Lessing, che fu anche grande erudito di estetica, di critica biblica, filologo e classicista, ebbe per tutta la vita problemi economici.

Durante la Guerra dei Sette Anni (1756-1763), che contrappose la Prussia di Federico II all’Austria di Maria Teresa d’Asburgo, alleata della Francia e perfino della Russia, per sbarcare il lunario, divenne segretario di un generale prussiano, con cui andò molto d’accordo. Successivamente accettò di dirigere il nuovo Teatro di Amburgo per due anni, ma con le sue critiche si inimicò gli attori, anzi soprattutto le attrici e alla fine Lessing, che aveva rifiutato la carriera accademica per non essere al soldo di un sovrano, dovette cedere e accogliere la nomina a direttore della stupenda biblioteca di Wolfenbüttel (ancor oggi una delle migliori della Germania!) alle dipendenze del Duca del Braunschweig (troverete anche: Brunswick) e qui nel 1772 completò l’ Emilia Galotti, una tragedia che divenne uno dei suoi lavori teatrali più fortunati. Pensate che in Germania viene rappresentata quasi ogni anno almeno da uno dei numerosi teatri di prosa tedeschi. Il dramma mette in scena Emilia, giovane donna, promessa sposa di un bravo giovane, il Conte Appiani, nobile e ricco, che decide di lasciare la corte, corrotta, per ritirarsi in campagna nei suoi possedimenti dopo il matrimonio con la bella fidanzata. La data delle nozze è fissata proprio nel giorno in cui si svolge la tragedia. Infatti tutto si guasta perché il giovane e viziato Principe di Guastalla, Ettore Gonzaga, aveva incontrato in una festa Emilia e se ne era invaghito follemente. Era abituato a soddisfare i propri desideri, ma come fare ad avere Emilia che si stava sposando e che avrebbe lasciato con il suo nobile sposo lo stato? No problems. Ci pensa Marinelli, il ciambellano di corte, il cattivo consigliere, il cui nome richiama per allitterazione Machiavelli. E infatti il corrotto cortigiano senza alcun scrupolo morale organizza un assalto alla carrozza che sta conducendo i promessi sposi fuori città alle nozze e poi ai possedimenti dello sposo fuori dello Stato.

Marinelli, il malvagio consigliere del giovane sovrano, organizza il rapimento di Emilia, ma qualcosa va storto: lo sposo viene ammazzato dai sicari di Marinelli mentre tenta di difendere la giovane, nella scaramuccia. Vi sono vari colpi di scena e finalmente arriviamo a quella che considero la scena cardine della tragedia. Emilia, che è stata rapita dagli sgherri del Principe e trasportata in un villino del sovrano, capisce la trappola in cui è caduta architettata da Marinelli per lasciare che il Principe si ‘approfitti’ di lei. Il punto culminante è rappresentato dal dialogo tra Emilia e suo padre Odoardo, un uomo libero, onesto, che ha preferito abbandonare la città per non dover avere nulla a che fare con il Principe e i suoi cortigiani, mentre Claudia, sua moglie, donna leggera e amante della società e delle feste, è restata in città perché convinta che Emilia avesse bisogno di socializzare. E infatti tutto era iniziato quando Claudia aveva accettato di partecipare a una festa insieme alla figlia Emilia in una casa aristocratica, alquanto ‘chiacchierata’. Al festino era presente anche il principe che si era perdutamente innamorato e che d’allora non pensava che a Emilia. L’aveva incontrata di nuovo in chiesa proprio all’alba del giorno delle nozze, sussurrandole proposte sconvenienti, che avevano turbato Emilia, giovane illibata di austeri costumi e profondamente devota (qui affiora la sensibilità pietista). La trappola ordita da Marinelli aveva condotto la giovane nella villa fuori città del Principe, dove si ritrovano, in scene diverse, prima la madre, poi –per un malinteso- la Contessa Orsina, amante ‘ufficiale’ del Principe, che però non la desidera più poiché brama soltanto Emilia. Arriviamo alla Scena Sesta dell’Atto Quinto (di norma le tragedie erano tradizionalmente strutturate in cinque atti e in varie scene). Emilia è sconvolta per gli avvenimenti, per l’assassinio del Conte Appiani (figura nobile, ma sfocata). In un intenso, sconvolgente colloquio con il padre, Emilia gli mette in mano un pugnale e gli si getta contro. Nella concitazione della conversazione non risulta del tutto chiaro se si tratta di un omicidio, ancorché non voluto (il padre che non vede altra via d’uscita che uccidere la figlia), o di un suicidio non ammesso dalla fede della giovane. Perché questo estremo? Lasciamo la parola a Emilia che risponde al padre a proposito della violenza del Principe. Lei rivela a sorpresa una nuova sensibilità circa la violenza, che non si limita a quella fisica, brutale, ma ha una accezione più sottile, psicologica, più difficile a respingere:

«EMILIA: Violenza! Violenza! Chi può opporsi alla violenza? Quello che si chiama violenza è niente: la seduzione è la vera violenza!… Io ho sangue nelle vene, padre mio, sangue giovane e caldo come ogni altra donna. Anche i sensi sono sensi. Non garantisco nulla».

Siamo confrontati con una delle scene più drammatiche della letteratura teatrale. Lessing mette in scena una giovane donna moderna che, pur devota e promessa sposa, si scopre non insensibile al desiderio, percepisce il suo “sangue giovane e caldo”. Il Principe è un dissoluto, sostanzialmente un debole, probabilmente giovane e bello, invaghito di lei, con il carisma del potere, con il fascino –fortissimo nel Settecento- dell’autorità (non dimentichiamo: di origine divina!). Emilia vive –per la prima volta in una tragedia del teatro moderno- il conflitto tra eros ed ethos, tra passione e moralità.

Presto arriverà Kant ad affermare il primato dell’etica, dell’imperativo categorico. Ma la grandezza, la modernità di Emilia è tutta qui: nel riconoscimento della sua sensualità, della sua totalità umana composta di anima, corpo e mente. Non è più un “santino” dei secoli della incrollabile fede nell’aldilà che voleva le giovani donne “vergini e martiri”. Certo Emilia muore gettandosi contro il pugnale in mano al padre, ma muore per la sua legge morale che non poteva ammettere di cedere alla seduzione, alla tentazione che pur provava. Goethe, finissimo psicologo e attento lettore, affermò che Emilia era innamorata del Principe, che del resto la voleva a ogni costo, lusingandola con la forza, la potenza del suo desiderio.

Ecco la tragedia scaturita dall’antinomia tra desiderio e volontà, tra passione e moralità. In questo Emilia è una donna moderna, consapevole della sua intera personalità, delle sue pulsioni ancorché oscure. In lei piuttosto che la concezione cristiana del peccato, è viva la coscienza morale. Al climax tragico segue un finale ‘politically correct’. Tutta la colpa ricade sullo scellerato cortigiano, come riconosce il principe nel gran finale: «Dio! Dio! … Non basta che per sventura di tanti, i principi siano uomini: bisogna anche che dei demoni si nascondano tra i loro amici?».

Interrogativo retorico per salvare il salvabile. Lessing era pur sempre alle dipendenze del duca di Braunschweig e il dramma fu rappresentato nel teatro del duca (Lessing alla prima si era dato malato. Non si sa mai…). Il dramma era chiaramente ispirato alla sensibilità anti-tirannica.  Il Principe Ettore Gonzaga è un dissoluto e un debole, che amministra da irresponsabile la giustizia.

Lessing era consapevole della carica riformistica del dramma e a quel tempo la censura non scherzava. E per questo il dramma di svolge in Italia, a Guastalla uno staterello inventato. Guastalla esiste per davvero vicino al Po in provincia d Reggio Emilia, ed era stata governata nel Cinquecento dai Gonzaga. L’Italia, per altro, nell’immaginario tedesco era il paese degli avventurieri, dei briganti, delle belle donne, della dolce vita, di intrighi e raggiri. E poi per i protestanti era la terra dei papisti, ancora quasi pagani (esemplari le polemiche degli illuministi tedeschi contro il miracolo del sangue di San Gennaro!).

Lessing è stato anche l’autore di una delle rare commedie tedesche, Minna von Barnhelm, che è uno dei primi lavori teatrali che si svolgeva nel suo tempo e a Berlino, che per la prima volta, in maniera autorevole, diventava un luogo prescelto della letteratura tedesca. L’episodio si rifà alla Guerra dei Sette Anni che –come abbiamo visto- si era svolta tra il 1756 e il 1763, coinvolgendo soprattutto la Prussia di Federico II (1712-1786) di Prussia e Maria Teresa d’Austria (1717-1780), insomma il Nord luterano e il Sud cattolico.

Lessing vi aveva partecipato come segretario di un generale prussiano. Federico, sovrano assolutista, ma anche favorevole allo sviluppo economico e culturale del suo regno, per colpire l’Austria a sorpresa aveva invaso il regno di Sassonia che era neutrale, inaugurando una prassi politico-militare che i tedeschi ripeterono durante la Prima Guerra Mondiale invadendo nel 1914 il Belgio neutrale.

La commedia del 1767 mette in scena una giovane nobile sassone Minna innamorata, riamata, di un Maggiore prussiano, von Tellheim. La commedia –per Goethe «una meteora lucente» sulle scene tedesche- contribuì alla pacificazione tra gli abitanti dei due regni. A Lessing riesce un esperimento, non frequente nella letteratura tedesca, molto seria e compassata, ovverosia di trattare argomenti importanti con leggerezza, con humour e intelligenza. Come disse Minna al suo severo fidanzato: «Forse che non si può essere molto seri anche ridendo? Caro maggiore, il riso ci mantiene più ragionevoli della musoneria».

Lessing ci doveva stupire con il suo ultimo dramma scritto nell’isolamento della Biblioteca di Wolfenbüttel, di cui era direttore. Lessing aveva esercitato la sua prerogativa di pubblicare materiali presenti in quella biblioteca, per altro ricca di manoscritti e incunaboli. In realtà si permise di pubblicare anche manoscritti di tendenza ‘deista’, dunque critici verso la religione positiva, ovvero contrari ai dogmi del cristianesimo, scatenando le reazioni del clero protestante che ottenne che il Duca gli vietasse di continuare a pubblicare testi di critica teologica. E allora Lessing (come sostenne lui stesso) salì sul suo antico pulpito: il teatro, mettendo in scena una favola drammatica con tre protagonisti: un giovane crociato tedesco, il Saladino –il sovrano musulmano della Gerusalemme medievale- e un mercante ebreo, famoso per la sua saggezza.

Nel dramma c’è un famoso apologo: un padre aveva tre figli esemplari. Vicino alla morte, era turbato dalla decisione: a chi lasciare un anello magico in possesso alla sua famiglia che veniva trasmesso di padre in figlio e che aveva il potere di rendere fortunato il possessore. Il padre, che amava i figli di uguale amore, fece costruire tre anelli identici, consegnandone uno alla volta, separatamente, ai figli. Alla morte, i tre si ritrovano ad avere il medesimo anello e poiché si vogliono bene, non litigano, ma vanno da un saggio giudice affinché sia lui a decidere; e costui decise che alla fine delle loro vite colui che nell’esistenza era stato il più generoso, amato, felice, costui era il detentore dell’anello magico.

Una favoletta. Sì e no. Il senso è molto illuministico e sta significare che la verità (il vero anello) sarà dimostrata solo alla fine della vita e non prima. Non è un “a priori”, ma un “a posteriori”. Ovverosia la verità non è un dogma, ma è prassi, lavoro, politica, scienza, azione che fa bene a se stessi e al prossimo. La verità è azione e filantropia e non la cristiana charitas (gli illuministi tedeschi dicevano Menschenliebe: Liebe amore; Menschen uomini), amore del prossimo, ma non per comandamento religioso, ma per apertura d’animo, per la tolleranza e solidarietà.

Perché tre anelli, tre figli? Sono l’allegoria delle tre religioni storiche (dette ‘positive’): l’ebraismo, il cristianesimo e l’islamismo, che hanno un unico padre: la religione naturale. Solo alla fine dei tempi sapremo dai risultati qual è la vera religione. Insomma un autentico superamento di ogni dogmatismo, di ogni teologia.

Ecco perché Lessing è considerato il principale illuminista (Aufklärer). Postumi furono pubblicati degli aforismi sull’ Educazione del genere umano, a dimostrare che l’umanità si sarebbe evoluta ancora maggiormente, emancipandosi dalle religioni ‘positive’: prima c’era stato l’ebraismo con Mosè coi dieci comandamenti, poi Gesù con il vangelo, con il nuovo messaggio d’amore, ora i tempi erano maturi per una nuova svolta: sarebbe avvenuto il rischiaramento, l’Aufklärung delle coscienze, con quello che Lessing chiamava il “Vangelo dello Spirito”, potremmo dire con la filosofia; lui diceva con «il cristianesimo della ragione».

Lessing muore nel 1781 e nello stesso anno la fiaccola passa a Immanuel Kant (1724-1804) che in quell’anno pubblica la sua opera più celebre: la Critica della ragione pura e successivamente, nel 1788, la Critica della ragione pratica, il cui nucleo può essere riassunto con la famosa affermazione: «Due cose riempiono la mente con sempre nuova e crescente ammirazione e rispetto, tanto più spesso e con costanza la riflessione si sofferma su di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». In un altro scritto dall’emblematico titolo: Che cos’è l’illuminismo? Il filosofo afferma che l’illuminismo è l’uscita dalla minore età della coscienza umana, è il momento in cui si diventa moralmente e intellettualmente maggiorenni. Questo in sintesi è il grande contributo della cultura illuministica tedesca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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