Spengler tra ‘tramonto’ e pandemia

  Di Marino Freschi

                                     

Spengler, il filosofo della crisi, è più attuale che mai in questi tempi di pandemia. Ancora una volta Il tramonto dell’Occidente Di Oswald Spengler, lo scrittore reazionario, quello ammirato da Mussolini, ma disprezzato da Hitler. Il librò uscì nel 1918, mentre in Europa e nel mondo infuriava la “spagnola”.

Il tramonto divenne rapidamente un best seller. Benché di ardua lettura era il libro giusto per una Germania sconfitta, demoralizzata, sconvolta dall’inattesa capitolazione, da moti rivoluzionari e perfino dalla pandemia’, che causò milioni di vittime, spettarle prefigurazione del Corona Virus. Ebbene in quel clima il libro di Spengler venne letto come una profezia e un monito.

il tramonto dell'occidente spengler

Stroncato nel 1920 da Benedetto Croce, l’opera che era un autentico ‘monstre’ nel panorama della saggistica del tempo, non venne tradotta. Solo nel 1957 il filosofo reazionario Julius Evola tradusse Il tramonto per Longanesi. Un’impresa traduttiva notevole, condotta da un intellettuale politically incorrect. Ora abbiamo una nuova traduzione completa, di cui è appena uscito il secondo volume: Il tramonto dell’Occidente (2 volumi, 1500 pagine, €40 + €40) a cura di Giuseppe Raciti per i tipi di Aragno. Questa monumentale edizione propone un testo rinnovato, con rettifiche non solo filologiche, bensì fortemente ideologiche; certo Raciti rende, con ironica eleganza, gli “onori delle armi” alla precedente versione.

Questa nuova edizione ci fa comprendere la centralità di un’opera che tocca l’anima dell’Europa, poiché Il tramonto è patologia e terapia nel medesimo tempo, ma è anche un immenso romanzo, un’epopea, un capolavoro letterario e così è stato letto –spesso clandestinamente- dai più diversi scrittori non solo tedeschi. Da noi sul Tramonto hanno scritto, tra gli altri, Franco Volpi, Manlio Sgalambro, Roberto Calasso. Finalmente gli si rende giustizia, interrompendo la “quarantena”, proprio come era successo a , il suo maestro. La sorpresa della nuova traduzione è nell’affermazione spengleriana del primato del paesaggio, della Landschaft (da ‘Land’: terra, territorio, paese): «Gli uomini migrano; la serie delle generazioni nasce in paesaggi sempre diversi; il paesaggio esercita un potere segreto sull’elemento vegetale che è in loro e alla fine l’espressione razziale ne risulta profondamente mutata». Leggendo, rileggendo, scopriamo miniere di rimandi, intrecci, citazioni, segrete influenze e analogie come le annotazioni spengleriane dedicate, a sorpresa, a totem e tabù e pur senza nominarlo, Freud lo si avverte ben presenteIl tramonto è un gran romanzo, un sequel enorme. Certo, la scrittura rimane quella sussiegosa dell’erudito tedesco, ma sotto si percepisce la verve, l’originalità, sì la passione poetica e talvolta la tensione raggiunge la pura liricità: «Si fa strada in quest’anima [dell’uomo primitivo] divenuta all’improvviso cosciente della propria solitudine il sentimento primordiale della nostalgia.

È il desiderio circa un fine del divenire, è il tormento che spinge al compimento e alla realizzazione di ogni interna possibilità, è la brama di imporre uno svolgimento adeguato all’idea della nostra esistenza». Si è tentati di continuare a citare, ma l’assaggio è sufficiente per risistemare Il tramonto dell’Occidente, non tra i libri di storiografia, ma accanto ai romanzi, tra gli ultimi della belle époque e le prime prove dell’avanguardia. È ora di rileggere Spengler? Forse perché lo spirito del nostro tempo –lo Zeitgeist– inclina a riflessioni su tramonti e crepuscoli, tuttavia riscattati dalla scrittura e dal pensiero, dal libero, intrepido pensiero dell’uomo. Contemplato alla debita distanza storica, Spengler si affianca, ormai, a quei grandi intellettuali che sovente gli furono – e a ragione – ostili o lontani, ma sempre incuriositi dal Tramonto, come Thomas Mann, ma anche Musil, Rilke, Hermann Hesse fino a giungere ad Adorno. I loro libri, tutti, continuano a essere i grandi romanzi intellettuali di quella Germania che crocianamente continuiamo faticosamente ad amare, malgrado l’attuale trattamento di Berlino e di Francoforte nei nostri confronti.

Marino Freschi

 

 

 

 

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